interruzione volontaria di gravidanza

Interruzione volontaria di gravidanza

22/03/2017

L’interruzione volontaria di gravidanza non è mai, per nessuna donna, una decisione facile. Nessuna di noi rinuncerebbe a portare avanti la gravidanza a cuor leggero e il pensiero di questa decisione rimane per tutta la vita, come una cicatrice nell'anima.

La premessa è d'obbligo visto che ogni tanto leggiamo sui giornali di campagne che mirano a delegittimare il diritto di ogni donna di interrompere la gravidanza. Un diritto sancito dalla legge 194 per il quale migliaia di donne si sono battute con fermezza e vigore. In questo post parleremo della legge, degli obiettori di coscienza, di come avviene l'interruzione volontaria di gravidanza, farmacologica o chirurgica.

La legge che, dal 1978, tutela e sancisce il diritto delle donne ad interrompere la gravidanza è la numero 194, "Norme per la tutela della maternità e sull'interruzione volontaria di gravidanza". La legge stabilisce i tempi di legge entro i quali è possibile interrompere la gravidanza e dichiara che può essere effettuato presso le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale e le strutture private convenzionate e autorizzate dalle Regioni.

L'aborto volontario chirurgico può essere fatto fino alla 14sima settimana di gravidanza. L’intervento dura circa 20 minuti e si effettua in day hospital perciò le pazienti potranno fare ritorno a casa il giorno stesso. In pratica l’utero viene ripulito mediante una tecnica che si chiama raschiamento. L’intervento, effettuato in anestesia totale, non ha controindicazioni e soprattutto non incide sulla fertilità della donna.

A questo proposito leggevo i dati del Ministero della Salute: otto donne su dieci si sottopongono all’intervento in anestesia generale, al contrario di quanto raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che indica nell’anestesia locale la modalità di intervento più appropriata perché comporta minori rischi per la donna e minori costi per il servizio sanitario nazionale. Tuttavia Giovanna Scassellati, responsabile del Centro Interruzione Volontaria di Gravidanza dell'Ospedale San Camillo di Roma, chiarisce che l’anestesia dura pochi minuti ed è molto meno invasiva rispetto a quella praticata anni fa; d’altronde sono soprattutto le donne a chiedere l’anestesia generale perché preferiscono non essere coscienti.

Simile alla tecnica del raschiamento è quella dell’isterosuzione: l’aspirazione dell’embrione mediante una pompa aspiratrice.

Da qualche anno l'interruzione di gravidanza può essere fatta anche mediante farmaci e va eseguita entro le prime 7 settimane. La procedura avviene mediante la somministrazione di due tipi di pillole:

Innanzitutto bisogna chiamare uno dei centri ospedalieri della propria città che effettuano le interruzioni di gravidanza, oppure rivolgersi al consultorio di zona che ti indirizzerà al centro più vicino.

Un primo controllo ecografico servirà a datare la gravidanza e capire se l'interruzione farmacologica è un'opzione praticabile o se si deve necessariamente prenotare un intervento chirurgico.

Dovrai poi tornare per un consulto con lo psicologo e per fare gli esami preoperatori necessari.

Infine verrà fissata la data dell'intervento: tutto si svolgerà nell'arco della giornata e qualche ora dopo il raschiamento potrai tornare a casa.

Fatti accompagnare dal tuo compagno, da un'amica o da tua madre perché all'uscita potresti sentirti un po' debole. Nei giorni successivi avrai delle perdite abbondanti come quelle del ciclo mestruale.

Le conseguenze dell'interruzione di gravidanza non incidono sulla tua fertilità, né sulla possibilità di portare avanti delle gravidanza future.

Interrompere la gravidanza è un tuo diritto ed è una prestazione sanitaria garantita dal Servizio Sanitario nazionale. Quindi se ti rivolgerai ai centri ospedalieri accreditati non dovrai sostenere alcun costo per interrompere la gravidanza, se non quello legato ad eventuali farmaci post intervento.

In Italia, l’interruzione volontaria di gravidanza è regolata dalla Legge 194, che sostanzialmente consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione. Tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica, cioè quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Il ginecologo può esercitare la cosiddetta obiezione di coscienza, cioè il rifiuto di procedere con l’interruzione di gravidanza, poiché in contrasto con le sue convinzioni ideologiche, morali o religiose. Questo diritto decade qualora l’IGV sia indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.

Il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto ad assicurare che l'IVG si possa svolgere nelle varie strutture ospedaliere e qualora il personale assunto sia costituito interamente da obiettori dovrebbe supplire a tale carenza in modo da poter assicurare il servizio, trasferendo personale o ricorrendo a medici esterni. Molto chiaro a parole, ma molto complesso e costoso nei fatti poiché una grande percentuale di medici sono obiettori di coscienza.

In Lombardia sono due su tre. Ciò ha comportato per esempio, nel 2012, un esborso economico da parte del SSN di più di 300.000 di euro per ricorrere a personale esterno alle strutture ospedaliere predisposte all’IGV per garantire alle donne il diritto di interrompere la gravidanza, considerando che a obiettare non sono solo i ginecologi, ma anche gli anestesisti e il personale non medico.

 

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Francesca Capriati
Giornalista
Mamma blogger
Dalla gravidanza al parto, dall'allattamento all'adolescenza: il mio spazio virtuale per condividere esperienze, difficoltà ed informazioni.